Non esisteva ancora il sole ma si capiva che dietro i velari di umidità e di nebbia, il sole c'era. Tutta la sterminata campagna lo aspettava, infreddolita. E a mano a mano che la lancetta bianca del tachimetro saliva con nervose oscillazioni, l'aria fredda faceva gorgo sulla nuca.
Poi gli parve che nel loro moto, corrispondente in senso inverso allo spostamento della macchina, i filari dei pioppi intendessero dirgli una cosa. Si, la fuga degli alberi - intreccio fluido e cangiante di prospettive in una duplice rotazione della campagna a perdita d'occhio - aveva assunto una speciale intensità di espressione come quando uno sta per parlare.
Lui correva, volava anzi in dirczione dell'amore e pure gli alberi che scivolando al limite delle praterie, erano portati via da qualcosa più forte di loro. Ciascuno aveva una sua fisionomia, una forma speciale, una sagoma diversa. Ed erano tanti, migliala e migliala. Eppure una comune forza li trascinava nel gorgo. Tutti i pioppi della smisurata campagna fuggivano esattamente come lui molando in due vastissime ali ricurve.
Era uno spettacolo, nel solitario mattino, con la strada vuota dinanzi e i prati vuoti, le campagne vuote, non si vedeva un'anima, sembrava che, tranne lui, tutti si fossero dimenticati che esistesse quel pezzo di mondo. E lei era laggiù in fondo, dietro l'ultimissimo sipario di alberi anzi molto più in là, probabilmente stava dormendo con la testa sprofondata nel cuscino, fra lista e lista delle tapparelle la luce del giorno nuovo penetrava nella stanza illuminando la massa dei suoi capelli neri, immota. Era sola?
Allora, egli all'improvviso capi il senso di quel naturale incantesimo. Che cosa infatti volevano dirgli i f ilari di pioppi all'orizzonte che vanno vanno in corteo e sembrano sfuggirlo e nello stesso tempo corrergli incontro, per poi allontanarsi alle sue spalle, nella nebbia, consumati, mentre nuove schiere appaiono dinanzi inesauribili precipitandosi su di lui?
Di colpo egli capì ciò che dicevano, capì il significato del mondo visibile allorché esso ci fa restare stupefatti e diciamo « che bello » e qualcosa di grande entra nell'animo nostro. Tutta la vita era vissuto senza sospettarne la causa. Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi a un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un giardino, a un interno di chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto molto semplice: l'amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d'amore.
Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se noù di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici? Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli? Che senso la muraglia degli antichi faraoni se nell'ombra dello speco non potessimo fantasticare di un incontro? E l'angolo del borgo fiammingo che ci potrebbe importare o il caffè del boulevard o il suk di Damasco se non si potesse supporre che anche lei un giorno vi passerà, impigliandovi un lembo di vita? E l'erma cappel-letta al bivio col suo lumino perché avrebbe tanto patos se non vi fosse nascosta un'allusione? E a che cosa allusione se non a lei, alla creatura che ci potrebbe fare felici?
Pensò alla finestra solitària illuminata nella sera d'inverno, alla spiaggia sotto le rocce bianche nella gloria del sole, al vicolo inquietante e sghembo nel cuore della vecchia città, alle terrazze del grand hotel nella notte di gala, ai fienili, al lume della luna, pensò alle piste di neve nel mezzogiorno di aprile, alla scia del candido transatlantico illuminato a festa, ai cimiteri di montagna, alle biblioteche, ai caminetti accesi, ai palcoscenici dei teatri deserti, al Natale, al barlume del-l'alba. Dovunque c'era nascosto il pensiero inconfessato di lei.
Da un amore di Dino Buzzati
Gitanes Blue
Res civilibus, Res rusticae - Il blog di Nicola Del Bono
mercoledì 27 maggio 2015
lunedì 13 aprile 2015
Inviti superflui
Inviti superflui
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Vorrei che tu venissi da me una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i
vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli
inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi
sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo
attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai
ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza
saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci
aspettava. Ivi palpitarono in noi, per la prima volta pazzi e teneri
desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci
dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori
daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non
conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini
stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce
umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella
notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle
d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno,
probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in
altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non
ricorderesti.
Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti d'essere stanca; solo questo e nient'altro. Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dai prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!" Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti intorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata ad esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di se una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E' inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo e donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose. |
martedì 7 aprile 2015
Non ho bisogno di tempo
Non ho bisogno di tempo
per sapere chi sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere
là dove taci, o nelle
parole con cui tu taci?
Chi ti cerchi nella vita
che stai vivendo, non sa
di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi.
E seguirti all’indietro
in ciò che hai fatto, prima,
sommare azioni a sorriso,
anni a nomi, sarà
come perderti. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,
nuda ormai dell’equivoco,
della storia, del passato,
tu, amazzone sulla folgore,
palpitante di recente
ed inatteso arrivo,
sei così anticamente mia,
da tanto tempo ti conosco,
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere
chi tu sia, o mia invisibile.
Pedro Salinas
per sapere chi sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere
là dove taci, o nelle
parole con cui tu taci?
Chi ti cerchi nella vita
che stai vivendo, non sa
di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi.
E seguirti all’indietro
in ciò che hai fatto, prima,
sommare azioni a sorriso,
anni a nomi, sarà
come perderti. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,
nuda ormai dell’equivoco,
della storia, del passato,
tu, amazzone sulla folgore,
palpitante di recente
ed inatteso arrivo,
sei così anticamente mia,
da tanto tempo ti conosco,
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere
chi tu sia, o mia invisibile.
Pedro Salinas
giovedì 5 marzo 2015
Provezze, poste e...
Spesso si lamenta che nella frazione siano scarsi lo spirito di coesione, il senso di comunità e la voglia concreta di lavorare tutti senza screzi per obiettivi comuni.
Lunedì sera ho avuto l'impressione che ciò fosse vero solo in parte. Sono convinto che in fondo nella popolazione provezzese ci sia un forte spirito di appartenenza e che lavorando bene e con obiettivi chiari si possa migliorare tutti e arrivare a sentirci uniti nelle nostre battaglie.
Ovviamente dovremmo imparare ad abbandonare alcune sterili rivendicazioni e a lasciarci permeare dalla diversità di ogni gruppo, associazione, persona senza dimenticarci che Provezze non è un insediamento lunare, ma un paese in sinergia con il suo territorio, il suo comune e la Franciacorta.
Non è sempre facile è ovvio, ma un piccolo esempio l'abbiamo avuto lunedì sera all'assemblea pubblica indetta nel teatro parrocchiale da Bene Comune Provaglio Provezze Fantecolo sul tema della chiusura delle Poste .
Ottima la presenza, ma soprattutto ottimo lo spirito che si respirava nella sala.
Uno spirito concreto, aperto a soluzioni alternative davanti a quella che pare ormai una chiusura inesorabile.
Noi che abbiamo organizzato la serata non pretendevamo di dare risposte e soluzioni perchè questo compete a chi amministra, ma almeno di coinvolgere tutti senza lasciare indietro nessuno spiegando quella che è la situazione e provando a mettere sul tavolo alcune proposte alternative. Vedremo poi come si risolverà la situazione.
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sabato 6 dicembre 2014
Annego nel tempo
Alla deriva
La vita io l'ho castigata vivendola.
Fin dove il cuore mi resse
arditamente mi spinsi.
Ora la mia giornata non è più
che uno sterile avvicendarsi
di rovinose abitudin
ie vorrei evadere dal nero cerchio.
Quando all'alba mi riduco,
un estro mi piglia, una smania
di non dormire.
E sogno partenze assurde,
liberazioni impossibili.
Oimè. Tutto il mio chiuso
e cocente rimorso
altro sfogo non ha
fuor che il sonno, se viene.
Invano, invano lotto
per possedere i giorni
che mi travolgono rumorosi.
Io annego nel tempo.
Vincenzo Cardarelli
(da Poesie)
La vita io l'ho castigata vivendola.
Fin dove il cuore mi resse
arditamente mi spinsi.
Ora la mia giornata non è più
che uno sterile avvicendarsi
di rovinose abitudin
ie vorrei evadere dal nero cerchio.
Quando all'alba mi riduco,
un estro mi piglia, una smania
di non dormire.
E sogno partenze assurde,
liberazioni impossibili.
Oimè. Tutto il mio chiuso
e cocente rimorso
altro sfogo non ha
fuor che il sonno, se viene.
Invano, invano lotto
per possedere i giorni
che mi travolgono rumorosi.
Io annego nel tempo.
Vincenzo Cardarelli
(da Poesie)
lunedì 17 novembre 2014
Piangi che ti passa
Livia Turco piange in TV pensando a tutti i compagni che nel pd non si ritrovano e non vogliono rinnovare la tessera. Si commuove perchè la storia della sinistra in Italia è importantissima e queste persone non riescono a identificarsi con il più grande partito della sinistra.
Mi voglio concedere un post non di pancia, ma di intestino direi.
Sentire e vedere una cosa del genere sinceramente mi fa incazzare. Sono stato iscritto da giovanissimo alla Margherita e vengo, nel mio piccolo, da quella tradizione politica per quanto possa esserne segnato un quasi trentenne.
Prendo un solo riferimento. Da quando è nato il PD nel mio comune, Provaglio d'Iseo, i tesserati non sono nemmeno la somma ds e margherita. Al dato attuale quelli ds sono non la maggioranza, ma la stragrande immensa maggioranza degli iscritti.
La stessa cosa, con dovute correzioni e accortezze, vale per ogni territorio. Non ho visto nessuno piangere perchè chi si identificava con la tradizione democratica cristiana non si tesserava al partito, in compenso ho visto più di uno bearsi di questo dato.
Ben inteso, lungi da me difendere schemi ormai passati e condannati dalla storia e dalla realtà oppure andare a evidenziare ancora una volta la grande egemonia politico culturale (ed economica) esercitata dalla cultura diessina nel pd fino a Renzi (e anche dopo).
Non ho mai creduto acriticamente alla necessità di un ricambio generazionale, nè all'infallibilità di Renzi e del nuovo corso che sta dando al partito. In queste occasioni però mi viene veramente voglia più che di un radicale ricambio generazionale, di una rottamazione mirata e chirurgica. Di tutti quelli che pensano al partito come somma ds e margherita, più in generale di tutti quelli come Livia Turco.
martedì 11 novembre 2014
Uno studio, una riflessione
Venerdì scorso (31 ottobre) Laboratorio Polis ha organizzato a Provaglio d'Iseo una serata molto partecipata sul tema dell'accoglienza.
I due ottimi relatori hanno tracciato un quadro sull'immigrazione dettagliato partendo dal dichiarato intento di tenersi ben lontani dal tratteggiarlo con i connotati ideologici con cui quotidianamente ci viene presentato, rimanendo molto sull'ampia esperienza che - ognuno nel suo settore di competenza - hanno maturato nel corso degli anni di lavoro.
Non mi voglio dilungare sulle importanti notizie che ci hanno dato nè tantomento sottolineare come sia complicato coniugare da un lato il diritto/dovere di accogliere con, dall'altro, le difficoltà dei piani normativi e di quelli socio economici.
L'aspetto che, in realtà senza sorpresa, più mi ha colpito è stato il costante richiamo alla necessità che la classe politica e dirigente del Paese e dell'UE sia protagonista di scelte precise, chiare e determinanti a governare il fenomeno migratorio. Gli ospiti hanno più volte gridato l'assenza e i limiti della politica e delle istituzioni non senza ricordare come talune forze politiche abbiamo ben da guadagnare dall'esasperazione della situazione.
Mentre ascoltavo in platea, però, non ho potuto non pensare alla ricerca che ho letto qualche giorno fa e di cui consiglio la lettura, che cerca di confrontare il grado di conoscenza degli abitanti di 14 paesi del mondo rispetto a certi temi come immigrazione, lavoro, religione.
L'italia ovviamente si posizione all'ultimo posto. Secondo questo studio nel nostro paese si crede che il 30 % della popolazione sia composta da stranieri (dato reale: 7%), che il 20% siano musulmani (dato reale 4%) e che i disoccupati siano il 49% quando sono il 12.
Quanta responsabilità hanno i mezzi di comunicazione nel creare la così detta opinione pubblica?
Certo ci sono mille fattori che concorrono a creare l'insieme di opinioni che ognuno di noi ha, ma certamente un ruolo fondamentale lo hanno - per definizione - i media.
Non mi sfugge quanto siano complessi i meccanismi attraverso i quali una comunità, un popolo, un paese crea la sua coscienza collettiva, la sua cultura in continua mutazione etc. Il mondo che cambia, l'informazione che si diffonde e si crea nella rete, i social network, fenomeni globali sempre più difficili da comprendere e metabolizzare...
Troppo spesso i media abdicano il loro ruolo informativo e formativo e concorrono con le stesse responsabilità di altri soggetti a non fare dibattito, a non fare cultura, a non fare scelte.
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